La parentesi della vita. La prospettiva di Luis Mochón Sensei

Recentemente è stato pubblicato un interessante contributo sulla condizione che stiamo vivendo a livello globale a firma di Luis Mochón. Di seguito riportiamo la traduzione in Italiano, con la convinzione che siano riflessioni utili a tutti, a prescindere dall’essere uomini e donne che praticano o non praticano una disciplina marziale.

Luis Mochón, V Dan Aikikai, classe 1975, è il responsabile del Musubi Aikido Granada, in Spagna. Dopo esperienze in giovane età in altre Arti Marziali, approda all’Aikido; nel 1996 avviene il primo contatto con Seishiro Endo di cui diventa allievo ufficiale. Già membro e segretario dell’Aikikai di Spagna, è un appartenente e un referente tecnico della Kimusubi Dojos Federation, organizzazione riconosciuta dall’Aikikai guidata da Matti Joensuu Sensei, con gruppi affiliati in Austria, Germania, Spagna e Italia. Insieme a Jörg Kretzschmar -altro deshi di Seishiro Endo- diffonde dunque a livello europeo e sudamericano l’impostazione didattica seguita da Seishiro Endo Shihan.
L’immagine è tratta da Fabio Branno Aikido. Buona lettura!


Di questi tempi la paura tiene molte persone in una condizione di parentesi, una sorta di idea di non muoversi, di non scoprirsi o come lo struzzo che nasconde la testa finché non finisce tutto.

Ma questo atteggiamento, per me, ha il significato di qualcosa come una parentesi nel vivere.
Ricordo momenti come l’undici settembre o l’undici marzo (2004, data in cui 192 persone morirono a Madrid in conseguenza degli attentanti terroristici, NdT), che hanno generato nel mio ambiente familiare una certa paura, negli anni, quando dovevo viaggiare in aereo; o la paura di andare a Madrid o a Barcellona (17 agosto 2017 NdT) subito dopo il loro attacco. Così come sono sorti questi tipi di paure anche quando, ad esempio, in certi periodi mi recavo in Israele. Anch’io, visto che parte del mio lavoro è viaggiare, ho avuto paura di tutte queste situazioni, anche se non ho mai permesso che una paura mi paralizzasse (e badate che ne ho una certa quantità).

Ricordo anche quel periodo in cui l’AIDS colpì duramente diverse generazioni e fino a quando non ci fu più conoscenza, furono instillati molti tabù e paure, che oggi consideriamo superflui, alla luce della conoscenza.
Tuttavia, in tutti quei casi, sono state sviluppate misure da seguire, perché la vita potesse andare avanti, e quindi, per poter continuare a viverla con intensità.

Attualmente, in questo quadro pandemico che stiamo vivendo, conosciamo le misure di protezione che sono necessarie per cercare di evitare il contagio di questo Coronavirus, anche se ovviamente -ed è qualcosa che nella società del benessere non si comprende- la sicurezza al 100% non esiste in niente e niente può garantirla.

Ho l’intima convinzione che sia pericoloso permettere che la paura ci porti a vivere in una parentesi della vita, perché sicuramente questa non è una parentesi; questa, in questo momento, e forse “domani, dopodomani e l’altro giorno ancora”, è la vita in uno dei suoi cambiamenti costanti.

Usare le misure necessarie e continuare con la nostra vita diventa essenziale, come facevano i nostri antenati in tempi di epidemie, guerre, attentati, catastrofi naturali, e così via. La condizione di benessere in cui viviamo ci ha sottratto molto coraggio di vivere, di lottare per vivere seguendo dei principi, degli aneliti vitali, che ora sembrano in pericolo e che la società del benessere ci ha venduto come diritti dalla nascita gratuiti o ereditari.

Il coraggio di vivere è sempre importante, la vita non è facile e richiede coraggio per affrontare tante situazioni e decisioni ma ora è più evidente che mai.

Una parentesi della vita, promossa dalla paura, con i suoi diversi nomi, può lasciare ferite incurabili o perpetuare per sempre l’isolamento, sia esso fisico o psico-emotivo, vedendo così la nostra vita ridotta quasi a nulla, o ridotta solo al mondo digitale o virtuale, che crea un abisso dalla vita naturale.
La scienza ci offre delle misure da prendere; bene, bisogna prenderle, applicarle e cercare di vivere pienamente. Crescendo giorno dopo giorno, con le nostre ricerche e passioni, con i nostri sogni e desideri; o l’umanità, sarà ridotta alla sua minima espressione.

Ovviamente il mondo digitale è già una nuova realtà e per me non è qualcosa di negativo. Quello che considero negativo è pensare che questa realtà possa sostituire la realtà più naturale, che è l’essenza dell’essere umano e del mondo stesso. La realtà della presenza fisica, dell’usare il nostro corpo per muoverci, lavorare, giocare, divertirsi, studiare, sudare, sforzarsi… Guardare negli occhi, toccare, sentire freddo, caldo, sentire la pioggia, il sole, la natura…
L’essere umano, come parte della natura, ha bisogno di connettersi con essa, ed è l’azione del corpo che collega il nostro essere con i nostri cicli di vita e il nostro ambiente naturale ed è anche il modo per rendere attuale il nostro spirito in accordo alla sua esperienza umana.
Condividere con altre persone, guardarci, toccarci, comunicare: è qualcosa relativo all’essenza della nostra natura umana.


Affidiamoci alla scienza, alle misure di protezione, assumiamoci la responsabilità del loro uso, ma non smettiamo di vivere, non riduciamo la nostra umanità per paura.
La società del benessere ci ha resi codardi, deboli ed egoisti, e questo virus lo sta dimostrando. Ovviamente c’è anche chi non si trovava più a suo agio in questa società, o chi, con l’accelerazione che stiamo vivendo verso la disumanizzazione, ha reagito. Come ho detto, queste persone hanno mantenuto il coraggio, quando tutto è crollato, il coraggio di continuare a vivere, fare ed essere, attraverso la capacità di adattamento, qualcosa di così essenziale per la sopravvivenza. Proteggere se stessi e gli altri, ma non lasciare che la scintilla del vivere entri in “stand by”, o che la vita sia qualcosa di differito, ma che continui a brillare e in modo “presenziale”, possibilmente, ancora più intensamente.

“Non è salutare adattarsi a una società profondamente malata”.
Questo lo diceva Krishnamurti. Beh allora bisognerebbe domandarsi: mi sono adattato? Mi sento anche a mio agio, in questa attuale società snaturata e disumanizzata, in questa vita in differita?
Preferisco guardare la vita da una finestra per sentirmi più sicuro, perché vivere direttamente è pericoloso?
Questa non è una parentesi, non è un letargo di mesi, questa è la vita, che continua senza fermarsi, come un fiume gagliardo, che è sempre pieno di cambiamenti e trasformazioni, e quei cambiamenti comprendono pericoli, malattie e morte, anche se la modernizzazione e il “progresso” sociale ci hanno fatto pensare che nulla cambi e che i rischi non esistano o siano controllati e che la morte riguardi gli altri.

Ricordando l’uomo preistorico che eravamo (e che credo non sia poi così diverso da quello attuale), mi chiedo:
Che cosa devo scegliere? Starmene nella mia caverna, per paura degli “animali predatori” là fuori?
Oppure prendo il mio arco e la mia lancia ed esco ad esplorare l’ambiente della mia caverna e tutto ciò che mi circonda, ampliando così i miei orizzonti di vita, avvalendomi del privilegio della mia umanità, anche a rischio di essere attaccato da un predatore e di morire?

E non voglio finire senza far riferimento a coloro che non adottano contromisure e agiscono con un totale egoismo mettendo in pericolo tutti gli altri. Quello che fate non è vivere pienamente. E’ un’altra forma di disumanizzazione, un’altra incarnazione della paura, della paura di essere responsabili, di essere proattivi in ​​mezzo ai cambiamenti. Paura di perdere il meraviglioso benessere che ci mantiene passivi, codardi, deboli e tristi, con pance piene e teste occupate. E allora si sceglie di andare dritti di corsa, con una benda sugli occhi, come se i cambiamenti non esistessero, pensando che fuggendo in avanti, senza guardare, tutto rimarrà uguale.

Ma quando si fa così, senza arco, senza lancia, senza niente, non dubitare: una tigre ti mangerà a pochi metri dalla tua grotta…

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